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Il bullismo: la vittima è una sola?

di Daniela Gensabella


Quando i mezzi di comunicazione lo decidono, suona il campanello d'allarme “bullismo”, probabilmente quando l'episodio ha delle conseguenze e un finale devastanti.

In realtà il problema è più grande di quanto si immagini. Il campanello d'allarme suona ogni giorno tra gruppi di ragazzi dentro e fuori da scuola. Esistono bambini e adolescenti che, pur non arrivando a commettere un atto estremo, soffrono in silenzio.

Il bullismo non ha bisogno dell'attenzione dei media, ma dell'attenzione delle scuole, delle famiglie e delle istituzioni. Parlarne a livello nazionale purtroppo non risolve la questione. Ci aiuta a conoscere i fatti, a non distogliere lo sguardo, ma non risolve il problema perché questo va risolto da vicino, al suo interno.
Da un punto di vista sociologico, il bullismo è una forma di socializzazione disfunzionale derivata   dall'esperienza di vita all'interno delle agenzie di socializzazione primaria (famiglia) e secondaria (scuola) in cui a volte vengono trasmessi, direttamente o indirettamente, messaggi contraddittori che disorientano l'individuo.
Non bisogna però dimenticare la dimensione psicologica, ovvero un disagio interno del “bullo” che si manifesta nel contesto del gruppo dei pari, ma anche quello della vittima che si scopre fragile e insicura.
Quindi il lavoro di prevenzione e di intervento deve essere svolto su due livelli.
I ragazzi che crescono devono ancora imparare a socializzare, non solo con i coetanei che si avvicinano al loro modo di essere e che loro reputano simili, ma anche con quelli che ai loro occhi appaiono come diversi. Socializzare non comporta necessariamente la condivisione di momenti di piacere o d'interesse comune, ma semplicemente il rispetto anche per coloro che “non piacciono”.
E' molto importante oggi come famiglie, insegnanti ed educatori, lavorare e collaborare in questa direzione, perché i ragazzi imparino a vivere in condizioni disomogenee in cui ritrovare persone diverse non solo da un punto di vista culturale o come provenienza geografica, ma anche fisico o legato a gusti e interessi personali. Guardiamo, per esempio, al costante aumento di casi di bullismo omofobico anche tra i più piccoli.
Gli aspetti positivi delle diversità non vengono accolti positivamente dai ragazzi, ma anzi, fanno leva su quelli per giudicare e screditare, rafforzando stereotipi e pregiudizi. E' compito dell'adulto guidare il ragazzo, creando dei ponti e lavorando quotidianamente per spingerlo all'accettazione.
Le violenze più o meno gravi fra i giovani non sono una novità, sono sempre esistite; oggi però hanno maggiore enfasi, determinata soprattutto da internet, e hanno visto l'affermazione del cyberbullismo ovvero la trasposizione di atti di bullismo on line, quindi non caratterizzato da atti aggressivi fisici, ma da messaggi verbali violenti, molestie, inganni, denigrazione o addirittura sostituzione di persona. La ridondanza della rete è pericolosa in quanto permette la condivisione dell'offesa e del giudizio su larga scala, non più controllabile dalla vittima. La debolezza di quest'ultima viene percepita da un numero molto alto di persone e si verifica un effetto moltiplicatore dell'atto, infatti, molti studi rivelano che spesso i ragazzi assumono atteggiamenti aggressivi dopo aver osservato altri atteggiamenti aggressivi e l’effetto è più forte quanto più chi mette in atto comportamenti devianti è considerato un modello da seguire (anche soltanto all'interno di un piccolo gruppo).
Guardando al secondo livello, cioè all'aspetto più psicologico degli attori del bullismo, sembra confondersi la linea di confine tra vittima e bullo. Entrambi all'improvviso appaiono come vittime di se stesse, di un disagio interno tipico dell'età adolescenziale e che ha bisogno di essere veicolato dagli adulti per non sfociare in atti devianti.
Il bullo si serve delle diversità della sua vittima, rendendole sbagliate e ridicole agli occhi degli altri in modo da rafforzarsi, quasi come un'opportunità di risolvere le sue insicurezze e colmare le sue mancanze.
A questo proposito sembra calzante la teoria di Cloward e Ohlin sulle bande di delinquenti in America (per approfondimenti Teoria delle bande delinquenti in America, Laterza, Bari, 1968) che afferma la nascita delle bande criminali come risposta ai bisogni di aggregazione e di riconoscimento; in questo contesto potremmo fare riferimento alle gang di bulli.
Viceversa la vittima conserva dentro di sé delle paure e delle fragilità che pensa di poter affrontare da sola perché solo così si sente più forte. Denunciare atti di bullismo la farebbe sentire ancora più inadeguata e quindi colpevole.
Quindi l'interrogativo dal quale partire è <<cosa c'è dentro i nostri ragazzi?>> Spesso qualcosa di più complesso da quello che le famiglie e le scuole riescono a vedere. Quando si cominciano a frequentare ambienti diversi dalla propria casa emergono le prime paure che nascono dal confronto con gli altri: la paura di non essere accettati, di poter fallire, di non essere all'altezza. Paure che si rinnovano ogni qualvolta ci si ritrova in nuovi contesti. Alcuni non riescono a vivere queste esperienze in maniera naturale e disinvolta; gli stessi bulli hanno queste paure e le risolvono mettendosi in gruppo e trovando una vittima, e più la trovano fragile più si sentono forti.
Cosa si può fare per contrastare questo fenomeno? Parlarne, documentare i ragazzi, spingerli a confessare eventuali episodi può certamente essere d'aiuto, ma come si scriveva all'inizio, gli adolescenti, ma anche i bambini, hanno soprattutto bisogno di adulti che li aiutino a scoprirsi diversi e a scoprire diversi gli altri, ma non per questo migliori o peggiori.
L'intervento da mettere in atto, attraverso un rapporto di rete sul territorio, prima e non dopo il verificarsi di episodi drammatici, consiste in un percorso di accompagnamento educativo verso la tolleranza e l'accettazione dell'altro. L'obiettivo è spingere i giovani alla scoperta delle ricchezze dei coetanei che sembrano diversi, mettendoli a nudo e tirando fuori le motivazioni di ognuno su ciò che li fa sentire migliori e sul perché il diverso deve essere necessariamente l'altro. Solo così, sentendosi ognuno “diverso” rispetto all'altro, sarà possibile percepire la diversità come unicità da scoprire e non come difetto da punire.

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