- Associazione Nazionale Sociologi - Dipartimento Lombardia * Milano

Cerca
Vai ai contenuti

Menu principale:

Eventi > Atti Eventi

ATTI DEL CONVEGNO NAZIONALE
Emigrazione oggi: impatto sociale


Di seguito alcune relazioni consegnate alla segreteria del convegno
Emigrazione: riflessioni sociologiche
Di Pietro Zocconali, presidente Associazione Nazionale Sociologi, giornalista
Gli esseri umani, solo da qualche decina di anni, e soprattutto con l’avvento di Internet e dei telefoni cellulari che ormai utilizzano in massa, sono sempre più coscienti di ciò che è il nostro pianeta, con le sue nazioni, le tradizioni dei popoli con pregi e difetti, e questo acculturarsi aumenta in modo esponenziale. Stiamo per vivere il “villaggio globale”.
Sono poveri mentecatti coloro che ancora oggi cercano, tramite editti, con l’appoggio di pseudo politicanti, di perfide sette religiose e malvagi comportamenti, di provare a tenere la popolazione nell’ignoranza. E’ una partita persa in partenza. Ormai, in ogni parte del mondo, chi, soprattutto se giovane, si trova a disagio nel proprio paese, a causa di povertà, guerre, di religione o idee politiche non gradite, chi in definitiva soffre e non vede in casa propria vie di uscita, conoscendo le proprie potenzialità e affacciandosi sul mondo tramite le ultime tecnologie di informazione di massa, abbandona il suo paese emigrando verso mete più ambite.

La tecnologia, riguardo la comunicazione, sta ormai superando ogni limite e con Internet, ha reso vani ogni censura ed ogni addomesticamento. Ormai è stato superato il concetto di TV di Stato che, come accadeva negli anni ‘50 e ’60 del secolo scorso, trasmetteva il giovedì i quiz, il venerdì la commedia, il sabato il varietà, la domenica mattina la TV degli agricoltori e la santa messa.
Ormai, i professionisti dell’etere, i diffusori di cosce lunghe e di sangue a secchiate, stanno per finire il loro tempo; si stanno accorgendo che i giovani di tutto il mondo non li seguono più; i ragazzi se ne stanno a testa china con cellulare e cuffiette, a visionare ciò che succede veramente nel mondo. E questa è la rivoluzione di questi ultimi anni: la tecnologia ha bruciato le distanze, ha scavalcato ogni miope imposizione territoriale, ha abbattuto non solo i muri, che qualcuno ancora oggi si ostina ad erigere, ma le montagne, i mari e gli oceani che una volta erano grossi ostacoli riguardo agli spostamenti.
Anche per merito della rivoluzione del 1968, della musica leggera che si è propagata a livello globale; i Beatles, tra i primi a concertare in giro per il mondo, la lingua inglese alla conquista della Terra; questi ultimi ritrovati, sempre più globalizzanti, stanno facendo diventare i giovani di tutto il mondo sempre più intelligenti e preparati.

Tentare di dividere le culture, di tenere separati i popoli e di interrompere quindi la tendenza all’integrazione globale, è un’azione proibitiva; è come tentare di contrastare una marea, uno tsunami, allargando le braccia. La tendenza ormai è quella di una reale integrazione delle minoranze e quindi quella di dover vivere tutti in una società multietnica; ce lo insegnano le grandi metropoli occidentali, Londra, Parigi, Bruxelles, New York e tante altre, crogioli di razze, religioni e colore di pelle diversi, che riescono ad essere esempi eclatanti di progresso umano. L’Europa e con essa l’Italia è oggi, per nostra fortuna, considerata una “terra promessa”, nazioni ricche rispetto al resto del mondo; l’Italia, in particolare, ha un territorio facilmente raggiungibile per mare e per terra. Per di più tanti nostri compatrioti sono schivi da certi mestieri, considerati troppo umili, difficili o pericolosi, e li stanno delegando proprio agli immigrati che se ne stanno appropriando.
Gli italiani, genericamente parlando, sono brava gente, e la nostra nazione, agli occhi di chi è in difficoltà e che vive in certe sfortunate zone del pianeta, è una nuova America, un nuovo Eldorado. L’esodo più spettacolare è quello al quale stiamo assistendo in questi giorni attraverso le diverse reti televisive europee: file interminabili di profughi che da zone di guerra del medio oriente, della Siria, dell’Iraq, attraverso la Turchia, raggiungono le frontiere dei paesi europei; gente determinata che vuole venire a vivere in Europa con l’intento di rifarsi una vita, attirati da parenti e conoscenti ivi già integrati e soprattutto dalla fama di pace che regna ormai da decine e decine di anni nel nostro continente.

Chiudo dicendo che di questo si parlerà nel convegno di oggi, convegno pubblicizzato in varie TV, sulla carta stampata e su numerosi informatori via web, sia ANS che pubblici. Gli illustri relatori parleranno di questo vero e proprio esodo biblico, di proporzioni gigantesche, un esodo che passerà alla storia per le sue implicazioni, ma che non è altro che l’inizio di una consapevole ridistribuzione degli esseri umani che, a prescindere dal luogo natio, vogliono vivere lì dove la vita è più facile, facendo sì che certi territori di frontiera, difficili da abitare per motivi climatici, economici, religiosi, si spopolino sempre di più.
Coloro che stanno distruggendo quei paesi, le vestigia lasciate dai primi popoli civili dell’umanità, i loro monumenti di immenso valore; coloro che stanno uccidendo, opprimendo chi non la pensa come loro; quei tiranni, i ciechi integralisti, gli animali tagliatori di teste, a breve rimarranno da soli e la nostra speranza è che si annientino a vicenda.
-----
CONVIVENZA PACIFICA DI CULTURE DIVERSE: COME AFFRONTARE LA DIVERSITA’
di Stefano Agati, Dirigente Naz.le ANS, Segret. Dip. Veneto
“Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l'uno la lingua dell'altro. Il Signore li disperse di là su tutta la terra ed essi cessarono di costruire la città. Per questo la si chiamò Babele, perché là il Signore confuse la lingua di tutta la terra e di là il Signore li disperse su tutta la terra”.  (Gen. 11, 1-9)

Nelle liberaldemocrazie occidentali si parla di multiculturalismo a partire dagli anni ‘60 del secolo scorso, nei tre Paesi a maggiore immigrazione (USA, Canada e Australia), c’è stato il passaggio da un modello assimilazionista (Anglo-conformity), ad un modello secondo il quale l’integrazione degli immigrati esige che la loro inclusione consenta la conservazione della propria specificità culturale.
A causa del clima socio-politico venutosi a creare all’indomani dell’11 settembre 2001, si è parlato di fallimento delle politiche multiculturali. “Perciò sostengono i detrattori odierni del multiculturalismo, bisogna sostituire le fallimentari politiche multiculturali con nuove politiche di integrazione civica che riportino alcuni valori tradizionali quali libertà di espressione di culto, l’uguaglianza dei diritti e il rispetto della legge, al centro della vita collettiva delle liberaldemocrazie occidentali” (Melidoro, 2015, 14).
Secondo Steven Vertovec e Susanne Wessendorf il discorso sulla crisi del multiculturalismo si articola in punti distinti che sono spesso usati congiuntamente oppure in modo che uno dipenda dall’altro.

1) Il Multiculturalismo è un’ideologia immutabile, addirittura un dogma che impone alle minoranze di non integrarsi.
2) Il Multiculturalismo inteso come ideologia di Stato soffoca il dibattito poiché impone un atteggiamento (di political correctness) che impedisce di discutere di questioni come l’immigrazione in termini concreti.
3) Il Multiculturalismo ha alimentato le separazione tra maggioranza e minoranze etniche, consentendo a queste ultime di vivere vite parallele anziché integrarsi.
4) Il Multiculturalismo impedisce alle minoranze di avere una vita in comune con altri gruppi e, anzi, alimenta i conflitti etnici.
5) Il Multiculturalismo equivale al relativismo culturale e, dunque, non ha gli strumenti per opporsi ad alcune pratiche tipiche dei gruppi culturali tradizionalisti (matrimoni combinati, diseguaglianze di genere, etc.)
-----


Emigrazione oggi - impatto sociale
di Anita Fiaschetti, Dirigente Dipartimento ANS Lazio

Un tema interessante e molto dibattuto quello scelto per il Convegno Nazionale ANS, a cui noi sociologi siamo chiamati a riflettere e a discutere come categoria privilegiata: non da cronisti, ma da interpreti. Un onore per me relazionare nella sede di Firenze in veste di rappresentante del Dipartimento ANS Lazio. La mia relazione è infatti frutto di un lavoro di confronto, dialogo e scambio di idee avuti con i colleghi del Direttivo durante degli incontri informali, pensati e voluti per promuovere la sociologia.
Iniziamo la riflessione parlando di numeri, tratti dal Dossier Statistico Immigrazione 2015 (a cura del Centro Studi e Ricerche IDOS/Dossier Statistico Immigrazione e UNAR – Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali), secondo il quale nel 2014 i migranti nel mondo (232 milioni nel 2013 secondo l’Onu) sono giunti probabilmente a sfiorare i 240 milioni, con un’incidenza superiore al 3% sulla popolazione mondiale. Nel 2014, per la prima volta, il numero mondiale di migranti forzati ha sfiorato i 60 milioni, con un aumento annuo di 8 milioni. Di essi, i due terzi sono costituiti da sfollati interni e il restante terzo da richiedenti asilo e rifugiati. Nel 2015 la Siria è divenuta il principale paese di origine di questi ultimi, superando l’Afghanistan e la Somalia.
Dal 2011 l’Unione Europea sta conoscendo, sul versante della mobilità, una fase di transizione di dimensioni inusuali rispetto al passato e che non sembra destinata ad esaurirsi in tempi brevi. Nel 2014 ci sono state 627.790 domande di richiedenti asilo e solo nei primi sei mesi del 2015 sono state 422.860. Da sottolineare che i 33.9 milioni di persone con una cittadinanza diversa da quella del paese di residenza (20 milioni di paesi terzi e 14 milioni cittadini UE) sono ripartiti in maniera diseguale nei paesi di insediamento: Germania, Regno Unito, Italia, Spagna e Francia ospitano oltre i tre quarti del totale.
Nel 2014 sono sbarcate in Italia oltre 170mila persone, tra richiedenti asilo e migranti economici. Diverse altre sono arrivate per ricongiungimento familiare e per altri motivi (religiosi, sanitari, di studio) attraverso i canali regolamentari. Le richieste di asilo registrate nell’anno sono state 64.625. Per il 2015 si prospetta un andamento simile al 2014.
Di fronte a questi numeri e alle continue sollecitazioni mediatico-politiche, cosa succede nell’opinione pubblica? Quali sono le reazioni immediate?
Le conseguenze europee sono legate in particolar modo alla politica, con il ritorno della destra al potere. In tutta Europa, i movimenti populisti e nazionalisti basano le loro campagne elettorali sulle difficoltà legate alla presenza e all’accoglienza dei profughi: la denuncia dell’invasione di migranti e dei falsi profughi è tra gli argomenti centrali. Si assiste a una riconfigurazione complessiva dei discorsi politici e ad accostamenti inediti tra la destra e l’estrema destra; riconfigurazione veloce anche perché molti paesi hanno votato o sono in campagna elettorale.
Austria – I socialdemocratici si confermano prima forza nella capitale con un 39,4%, ma arretrano di circa cinque punti percentuali, mentre il Fpoe (Fronte populista) compie un salto in avanti del 6%, attestandosi intorno al 32,3%.
Svizzera - L’Udc/Svp (Unione Democratica di Centro) ottiene il 29,4% dei consensi, mai così tanti a un partito dal 1919. La sua propaganda elettorale si è basata sulla chiusura delle frontiere agli stranieri.
Polonia – I conservatori nazionalisti, euroscettici, ultracattolici di Diritto e Giustizia (PiS) tornano al potere con la maggioranza assoluta dei seggi.
Ai risultati politici si lega l’idea di chiudere le frontiere, idea che trova la sua forma più elevata nei momenti di attacco terroristico (come se il migrante che arriva con il barcone e fugge da una guerra potesse essere identificato come appartenente all’ISIS).
E in Italia cosa succede?
La percezione - Un sondaggio europeo commissionato nel 2014 da The Guardian a Ipsos Mori (società britannica) rivela che secondo gli italiani gli immigrati in Italia sarebbero il 30% della popolazione e che di questi, il 20% sarebbe di fede islamica. La verità? Gli immigrati sono solo il 7% della popolazione residente e il 4% è di fede islamica.
Vengono tutti in Italia – Il Regno Unito è al primo posto per numero di immigrati, circa 560.000 nuovi arrivi ogni anno. L’Istat ci dice che gli immigrati in Italia sono 5.073.000 (su oltre 60 milioni di abitanti) e che il 57% è concentrato in Lombardia, Lazio ed Emilia Romagna.
Ci rubano il lavoro – Sempre da fonte Istat sappiamo che 24.657.242 sono i lavoratori italiani a tempo indeterminato con una retribuzione netta media mensile di 1.326 euro. 2.441.251 sono invece gli occupati stranieri. Retribuzione netta mensile dei cittadini comunitari è 993 euro, dei non comunitari 942.
Li manteniamo con i nostri soldi – Secondo i dati del Rapporto Caritas Migrante 2015, gli immigrati hanno prodotto l’8.8% della ricchezza nazionale per una cifra complessiva di 123 miliardi di euro. Circa 9 miliardi di euro sono i contributi versati dagli stranieri all’erario italiano. Solo nel 2025 ci sarà un immigrato su 25 pensionati italiani.
Sulla base dei numeri, dei sondaggi, e delle tendenze, spetta al sociologo dare delle indicazioni di massima su come agire e far sì che l’impatto sociale sia il più leggero possibile.
Bisognerebbe partire dal concetto che “Non sono numeri, ma essere umani” e come tali vanno trattati. Dietro ogni volto, vi è una storia, un’identità, una cultura.
L'Europa deve essere uno spazio culturale e umano aperto, con un'identità plurale e dinamica, capace di fondare le relazioni tra gli stati membri e con i paesi terzi sul reciproco rispetto, sul riconoscimento delle specifiche diversità culturali, sulla promozione delle libertà e dei diritti fondamentali, sul mantenimento della pace tra i popoli, sulla garanzia del principio di eguaglianza, sul rifiuto di ogni forma di discriminazione, sul ripudio della xenofobia e del razzismo.
Bisognerebbe promuovere:

- Campagne sull’integrazione e l’accoglienza. A questo proposito il riconoscimento della “Giornata della Memoria e dell’Accoglienza” (3 ottobre) può dare l'occasione di affrontare e discutere del fenomeno migratorio nei Comuni, nelle comunità locali, nelle Scuole e in modo capillare su tutto il territorio, al fine di diffondere la cultura dell’informazione e dell’accoglienza. Un percorso che consente di mantenere aperto un tema fondamentale per la convivenza e la pace: quello dei “diritti umani”.
- Campagna di sensibilizzazione con l’obiettivo di promuovere una nuova identità italiana slegata da qualsiasi preconcetto. Come dire l’Italia è meticcia.
- Cambiare l’informazione. Il migrante per l’informazione è il protagonista delle cattive notizie. Spesso descritto secondo le aspettative dell’italiano medio. L’Italia è plurale e complessa. I mezzi di informazione fanno ancora fatica a recepire il cambiamento.
Termino con la citazione di un film consigliatomi da Pierluigi Corsetti “Alì ha gli occhi azzurri”. Film del 2012 diretto da Claudio Giovannesi e ispirato alla poetica di Pier Paolo Pasolini. Racconta la dura vita di due adolescenti, Stefano e Nader, in una borgata romana. Nader è un sedicenne italiano nato in una famiglia di origine egiziana e conformata ai principi dell'Islam, precetti e valori tradizionali che non condivide e dai quali si ribella, dando vita ad uno scontro generazionale coi genitori. Oltre al fatto di indossare ogni mattina le lenti a contatto colorate, così da avere gli occhi azzurri, Nader una sera viene chiuso fuori casa dai genitori. Va a dormire da Stefano e gli dice “Come si può lasciare un figlio fuori casa? Vedi che so proprio arabi” e Stefano gli risponde “Perché tu che sei?” Nader “Io sono italiano”. L’obiettivo dovrebbe essere come l’hastag lanciato tempo fa da un gruppo di ragazzi: #italianononèuncolore.
-----

IMMIGRAZIONE COME PAURA O IMMIGRAZIONE COME RISORSA?
                                                   di Antonio Latella, Presidente. Dip.nto ANS Calabria
Non è facile rispondere a questa domanda che continua ad essere presente nel dibattito politico europeo e divide l’opinione pubblica internazionale tra chi considera l’immigrazione un pericolo, dunque la fonte delle nostre paure, e chi, invece, la ritiene una risorsa e un'opportunità. Entrambe le ipotesi, ovviamente, hanno un fondamento di verità.
La paura, in prevalenza, poggia sugli stereotipi “dello straniero” che noi tutti abbiamo ereditato culturalmente, ma è anche la conseguenza di gravi episodi di cronaca i cui protagonisti sono persone appartenenti ad altre culture.  Sul versante opposto invece si attestano le esperienze di piena integrazione dei migranti e di progresso delle società multietniche.
Le migrazioni fanno parte della storia dell’uomo: dalla narrazione biblica della fuga attraverso il Mar Rosso degli israeliti guidati da Mosè (raccontata nel Libro dell’Esodo e citato anche in una Sura del Corano) fino agli sbarchi di quest’inizio di millennio, il fenomeno è la risultante di una scelta, quasi sempre obbligata, di chi si lascia alle spalle condizioni ambientali, sociali, economiche, religiose, politiche che sono tra i principali ostacoli alle libertà individuali o di gruppo.
I flussi migratori sono un fenomeno sociale che riguarda due diverse realtà geografiche, ognuna con proprie caratteristiche antropologiche, sociali e culturali: il luogo d’origine dell’emigrazione e quello di destinazione di questa grande massa di uomini, donne e bambini.
Immigrazione come paura?
La risposta, specie in queste ultime settimane, non è sempre svincolata dalle emozioni e dai pregiudizi, rafforzati da avvenimenti come quelli di Parigi, di Bruxelles o dell’assalto all’albergo in Mali (ne citiamo solo alcuni).
Nella società postindustriale, sempre più dominata dalle tecnologie informatiche e telematiche, il sentimento della paura, dall’11 settembre in poi, unisce l’Occidente.
“Viviamo in una società in cui ci sentiamo spesso minacciati: la mondializzazione, le catastrofi naturali, la crisi economica, le difficoltà della vita quotidiana. Abbiamo la sensazione di non riuscire più a far fronte a minacce che sono spesso indefinite e imprevedibili. Ci sentiamo senza difese e incapaci di agire, di conseguenza abbiamo paura” … “Una paura indistinta che trasferiamo sugli altri, soprattutto sugli stranieri”. (1)
Nell’ultimo mese il mondo è rimasto completamente in ostaggio del panico che ha costretto milioni di uomini a cambiare abitudini.  
A volte l’incubo si materializza e diventa una realtà di sangue: Parigi, 13 novembre 2015, ma non soltanto nella capitale francese.
Le statistiche non addebitano ai fenomeni migratori l’origine di tutte le nostre paure, anche se da più parti si accredita il contrario.  
L’incertezza e la disgregazione sociale, le maggiori fonti delle nostre paure, sono l’humus della xenofobia. E attraverso questo sentimento -  secondo Alain Tourain - “si manifesta la paura di chi, al di là del passaporto, è diverso da noi fisicamente, ma anche sul piano della cultura, della religione o degli stili di vita. Le caratteristiche dell’altro, però, sono solo un pretesto per poter proiettare su di esso le nostre angosce”. (2)
Nella società globalizzata – sempre più incerta, flessibile, pronta a delocalizzare qualsiasi attività lavorativa in nome del liberismo e del profitto -, le nostre angosce ci portano finanche a negare l’umanità dell’altro “dichiarandolo non umano in quanto integralmente diverso da noi”.
Al sociologo transalpino fa eco, Bauman il quale considera questo sentimento   - la paura - “il demone più sinistro tra quelli che si annidano nelle società aperte del nostro tempo”. E sottolinea che “sono l’insicurezza del presente e l’incertezza del futuro che alimentano la più spaventosa e insopportabile delle nostre paure. Questa insicurezza e questa incertezza, a loro volta, nascono da un senso d’impotenza: ci sembra di non controllare più nulla, da soli, in tanti o collettivamente”. (3)
Un concetto, questo, che va ben oltre il timore per la sicurezza fisica dei singoli e delle comunità. Per noi cittadini della postmodernità la condizione peggiore - come sottolinea David L. Altheide – “non è la paura del pericolo, ma soprattutto quello in cui questa paura può trasformarsi, ciò che può diventare”. (4)
Da più parti, infatti, viene manifestato il timore che gli immigrati siano portatori di nuove malattie, di contaminazione culturale, di criminalità, di terrorismo e, soprattutto che rubino il lavoro ai residenti. E così si diventa intolleranti, diffidenti, sospettosi fino alla paranoia, insofferenti alla presenza di queste persone che, giornalmente, vediamo ferme ai semafori, incontriamo nelle stazioni ferroviarie e alle fermate del tram. O ancora, le notiamo in fila all’entrata delle mense parrocchiali, o a svolgere compiti di fatica nelle rivendite di frutta, o come manovali nell’edilizia, garzoni del fornaio o del pizzicagnolo e di altri lavori bracciantili di cui, ormai, il mercato nazionale è privo di offerta.
Insomma, scarti di una grande discarica sociale: uomini sfruttati che vivono i loro giorni in semischiavitù: un euro per ogni cassetta di clementine raccolte negli agrumeti del Sud che a fine giornata – per un impegno che dura ininterrottamente da prima dell’alba fino a tarda sera – equivale a un salario di 25 euro, al lordo della percentuale trattenuta dal caporale. Questa condizione l’abbiamo documentata nel corso di una delle puntate - quella sull’immigrazione - del programma televisivo “Filo Diretto”, condotto da chi vi parla e gratificata dalla collaborazione dei colleghi sociologi del Dipartimento Calabria.
In passato come nel presente, l’immigrazione ha un comune denominatore: la fuga dal paese d’origine verso mondi lontani e sconosciuti, che sono culturalmente, socialmente ed economicamente diversi.  Il sogno del modello occidentale che, nella realtà, spesso si rivela, se non peggiore, quanto meno molto differente da come lo si aspettava.
E’ vero: nei paesi d’arrivo queste persone creano problemi, alimentano paure, mentre in quelli d’origine spesso vengono additati come egoisti che voltano le spalle ai familiari, abbandonandoli al loro destino e nell’incertezza del futuro. Come nei secoli scorsi anche oggi assistiamo a fughe di massa in cerca di un futuro migliore.
August Deaton, Nobel per l’economia 2015, ne “La grande fuga”, sostiene che gli uomini tendono naturalmente a fuggire dalla miseria, ma non tutti e non tutti assieme. “La fuga più grande nella storia dell’umanità - si legge tra l’altro nell’opera pubblicata lo scorso mese dall’editrice il Mulino – è la fuga dalla povertà e dalla morte. Per migliaia di anni le persone che, favorite dalla sorte, erano sfuggite alla morte nell’infanzia hanno dovuto poi affrontare un’esistenza nella più sconfortante miseria”. Ed ancora: “La grande fuga ha cambiato radicalmente le cose per quelli di noi che sono diventati più ricchi, sani, robusti e colti dei propri nonni. Ma ha inciso profondamente anche in un senso diverso e meno positivo: perché buona parte della popolazione mondiale è stata lasciata indietro, perché il pianeta è immensamente più disuguale di quanto fosse trecento anni fa”. (5)
Un passato che ritorna.
Tra la fine dell’Ottocento e la Prima Guerra mondiale quasi cinquanta milioni di persone lasciarono l’Europa per nuove destinazioni.  In quasi tutti i paesi del Vecchio continente, Italia compresa, la gente viveva un’esistenza precaria, le fasce di povertà continuavano ad aumentare coinvolgendo anche quei territori che prima erano stati la meta preferita dalla migrazione interna: ricordiamo la fuga dalle campagne con destinazione le città industriali.  La prospettiva di migliori salari offerta dai paesi d’oltre Oceano divenne il sogno di una grande massa di persone.  Con il loro lavoro, gli immigrati hanno contribuito al benessere e allo sviluppo dei paesi ospitanti ed aiutato le famiglie d’origine a uscire dallo stato di povertà e, soprattutto, ad affrancarsi dall’obbligo di mettere le braccia dei componenti dell’intero nucleo familiare al servizio della borghesia agraria.   
Durante il periodo della Prima guerra mondiale, i flussi migratori, in sintonia con le politiche restrittive dei vari Stati, subirono una forte contrazione per riprendere alla fine del conflitto.
Un fil rouge lega le narrazioni migratorie che hanno caratterizzato l’Ottocento e gli inizi del Novecento con quelle del secondo millennio: il mare, i naufragi, la ghettizzazione, le espulsioni, un’esistenza priva di regole.  Le carrette del mare di oggi sono i bastimenti di ieri. Questi ultimi divennero l’emblema del sentimento nazionale dell’emigrazione all’estero (Ricordiamo la famosa canzone napoletana, Santa Lucia).
Nel periodo a cavallo tra l ‘800 e il ‘900,  “1/3 della forza lavoro europea si trasferì  nel nuovo mondo: gli Stati Uniti ne assorbirono i 2/3, tanto che un terzo dell’aumento di forza lavoro americana veniva  imputato alla manodopera americana immigrata… Anche se questa quota significativa e crescente  di immigrati dopo qualche anno di lavoro tornava a casa, questa emigrazione di massa  rappresentò un trasferimento di popolazione senza precedenti nella storia che ebbe effetti profondi e duraturi sulla distribuzione mondiale  della popolazione, del reddito e della ricchezza”. (6)
“Dopo la seconda guerra mondiale, al sistema migratorio centrato sull’Europa è invece andata subentrando una rete di sistemi migratori interconnessi. Accanto a quello europeo troviamo oggi il sistema formato da Canada, Stati Uniti che, a differenza di un tempo, non attrae più migranti dal ‘Vecchio continente’, ma dall’Asia, dall’Africa, dai Caraibi, dall’America Latina. Gli altri tre grandi sistemi contemporanei sono quelli dei paesi del Golfo che importano forza-lavoro soprattutto dal Sudest asiatico; quello del Giappone e delle ‘tigri’ dell’Asia, che attraggono migranti dall’area del Pacifico; infine quello del cono sud dell’America meridionale che attrae popolazione soprattutto all’interno del continente”. (7)
Di fronte all’interconnessione di queste reti del nomadismo, l’Europa diviene, al tempo stesso, continente di emigranti e di immigrati. “In alcuni paesi come la Francia, il numero di nati all’estero della popolazione era alla fine dell’Ottocento pari o superiore a quello dei paesi dell’immigrazione del Nord America” (8) (oggi la Francia conta oltre cinque milioni di immigrati).
“Le origini dei flussi d’immigrazione verso l’Europa sono tuttavia per un lungo periodo intereuropei, e trovano origine nell’Europa orientale, meridionale, balcanica”.(9)
Negli ultimi otto anni (secondo dati dell’Alto Commissariato delle Nazione Unite per i rifugiati) 875 mila migranti o profughi sono arrivati in Europa via mare: lo 0,17 % dell’intera popolazione del Vecchio Continente (poco più di 500 milioni di abitanti). E le stime dell’OCSE prevedono che il 2015 segnerà un numero senza precedenti di immigrati e di richiedenti asilo: cifra che potrebbe superare i 450 mila. Si tratta, senza dubbio, del più alto numero dalla fine del secondo conflitto mondiale.
“Per quanto riguarda l’Italia, il suo ingresso nel sistema migratorio europeo avviene quasi in sordina e comunque tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70 del ‘900. E’ purtroppo difficile sapere con precisione quando tale ingresso ha avuto luogo, dato che le politiche migratorie italiane si sono basate per un lungo periodo sul rifiuto di riconoscere l’esistenza di flussi d’immigrazione”.(10)  
Nel 1969 secondo i dati del Ministero dell’Interno erano 164 mila i permessi di soggiorno, mentre alla fine del 2002 sono oltre un milione e mezzo, di cui solo una piccola frazione riferita a cittadini provenienti da paese sviluppati.
Viviamo in un periodo di crisi globale e la presenza di nuove tecnologie porta ulteriori diseguaglianze, ma non dobbiamo dimenticare da dove sono partiti i nostri avi (nonni e bisnonni) e verso quali mondi si sono diretti per rimanervi temporaneamente o definitivamente.
Secondo i dati Istat, al 1° gennaio dell’anno che volge al termine in Italia (il dato è stato pubblicato giovedì 22 ottobre scorso) sono regolarmente presenti 3.929.916 cittadini non comunitari, mentre il numero di irregolari sarebbe di trecentomila persone.  Questi ultimi sono un problema: una parte viene adibita al lavoro irregolare ma una parte vive di espedienti o finisce in carcere per reati, in prevalenza, contro il patrimonio. E la delinquenza è un costo sociale ed economico. Infatti, più del 39% della popolazione carceraria del nostro paese è composta da stranieri e ciò evidenzia il ritardo nel processo di integrazione. Secondo un calcolo del Sole 24 ore: sbarchi, soccorso e assistenza gravano sul bilancio italiano per circa un miliardo di euro, un costo che sommato a quelli sociali lieviterebbe fino a dieci miliardi.  Cifra -  come vedremo più avanti – nettamente inferiore ai benefici economici legati al sistema dell'integrazione.
Alcuni dati ci consentono di rispondere alla seconda parte del nostro quesito: “Immigrazione come risorsa?”. Per Papa Francesco, i “paesi che accolgono traggono vantaggi dall’impegno degli immigrati per le necessità della produzione e del benessere nazionale”. Intanto perché l’immigrazione pone rimedio al problema della nostra denatalità. L’invecchiamento della popolazione, tuttavia, non è solo un problema italiano ma dell’intera Europa che – come ha detto ancora il Pontefice “a causa della crisi demografica è diventata nonna Europa”.
Lo scorso anno sono nate in Italia 23 mila imprese individuali di extracomunitari, facendo arrivare il numero complessivo a oltre le 350mila unità, che sommate alle società di capitali supera il mezzo milione di imprese. Il rapporto è di 1 a 10 rispetto alle imprese nelle mani di italiani che, lo scorso anno, hanno registrato una decrescita di 35 mila aziende. Il 19,17% di questi imprenditori proviene dal Marocco (64.300); il 14,02% dalla Cina (47.020); il 9,15% è albanese (30.703). Lo scorso anno quasi 5 mila imprenditori extracomunitari sono giunti finanche dal Bangladesh.
Nella graduatoria delle regioni con la maggiore presenza di cittadini extracomunitari troviamo la Lombardia, seguita dal Lazio e dalla Toscana. I settori gestiti da immigrati sono prevalentemente l’agricoltura, l’attività manifatturiera (specie i cinesi), la ristorazione, i servizi, le costruzioni, il commercio e il trasporto, le agenzie di viaggi, le comunicazioni.
Il Corriere della Sera, in un sevizio Gian Antonio Stella, un anno fa, ha riportato i risultati di due rapporti - della Fondazione Leone Moressa e di Andrea Stuppini (<<lavoce.info>>) – che hanno evidenziato come le imprese create dagli immigrati residenti nel nostro Paese rappresentino l’8,2% del totale, per un valore aggiunto di 85 miliardi di euro; in questo quadro, nel rapporto dare–avere a guadagnarci è l’Italia.  Un dato – riferito al 2012 – evidenzia che i contribuiti dei nati all’estero sono poco più di 3,5 milioni con un reddito dichiarato di 44,7 miliardi, su un totale di 800 miliardi, con un’incidenza del 4,9% sull’intera ricchezza prodotta. L’imposta netta versata in media è di 2.099 euro, pari a 4,9 miliardi. Con enormi disparità di Irpef procapite tra le regioni ricche come la Lombardia e quelle del Mezzogiorno. Inoltre la propensione al consumo delle famiglie straniere residenti in Italia è pari al 105,8%; i contributi previdenziali – secondo i dati INPS, riferiti al 2009 -  sono il 4,9% del totale di 8,9 miliardi. E così tra gettito fiscale e contributivo e le entrate riconducibili a questa presenza, il nostro erario introita 16,6 miliardi di euro. Dalle entrate/ uscite abbiamo un saldo attivo di 3,9 miliardi di euro.  
I dati testé illustrati ci consentono di sfatare molti luoghi comuni sull’immigrazione: prima fra tutti quello secondo cui gli immigrati ci tolgono posti di lavoro. Gli studiosi di scienze sociali nel dimostrare il contrario usano la formula 3D: dirty, dangerous, demanding (sporco, pericoloso, faticoso). Sono le caratteristiche delle occupazioni degli immigrati -  dai badanti ai braccianti ai raccoglitori di pomodori – in settori da cui soprattutto i nostri giovani si tengono alla lontana. L’esempio degli Stati Uniti e della Germania impedisce di mettere in relazione la presenza degli immigrati con la nostra disoccupazione, soprattutto nel Mezzogiorno. In Usa la disoccupazione è al 6% nonostante gli immigrati rappresentino il 12% (cioè 46 milioni) della popolazione; e in Germania la disoccupazione è al 5% ancorché la cifra d’immigrati superi i 10 milioni. Forse noi italiani dovremmo chiederci quanti immigrati vengono utilizzati nel sommerso? A guadagnarci sono alcuni datori di lavoro senza scrupoli a tutto danno dello Stato e del lavoratore straniero. Ed allora occorre pensare a politiche migratorie responsabili, non restrittive ma di sicurezza: capaci di agevolare l’integrazione, considerando l’accoglienza un dono di “concepito nella sua accezione contemporanea come il prodotto di una idealizzazione portata avanti da duemila anni di Cristianesimo, per cui si parla di dono solo quando questo è assolutamente gratuito, unilaterale, senza aspettativa di ricambio: in poche parole disinteressato”. (11)  
Ma queste politiche non possono non tenere conto della tutela dei diritti di chi rimane a casa propria. Perché - secondo Paul Collier, autore di “Exodus: il tabù dell’emigrazione” - questi flussi di disperati potrebbero rappresentare “un atto d’imperialismo alla rovescia: la vendetta di antiche colonie”. Ed il rischio è “che nei paesi ospitanti, i migranti costruiscono colonie che assorbono risorse destinate ai ceti meno abbienti della popolazione locale, con cui entrano in competizione e di cui minano i valori”. (12)  
Immigrati sinonimo di terrorismo? Ci sono scarsi elementi per sostenerlo in assoluto. Il terrorismo, è vero, approfitta del disagio della società postmoderna, fa leva sugli integralismi religiosi, si salda con la delusione di milioni di esseri umani espulsi dal sistema produttivo liberale e ormai privi del paracadute dello stato sociale per fare nuovi adepti. E in questo momento pensiamo alle banlieue francesi o al Molenbeek di Bruxelles e ad altre parti del pianeta abitate dagli ultimi, da cittadini che non hanno voce. Se si vuole che l’immigrato sia più risorsa che paura, occorre cambiare le politiche dell’accoglienza e dell’integrazione. Altrimenti, con i ritmi attuali ed i numeri che caratterizzano questo epocale fenomeno, l’immigrato si trasformerà in una sconfitta per tutti: per il territorio che lo espelle, per quello che lo accoglie e, soprattutto, per l’Europa che non ha saputo capire e gestire per tempo questo problema.
Così, la domanda che ci siamo posti all'inizio – immigrati come paura o come risorsa? - rischia di rimanere senza risposta. Una riflessione, a nostro avviso, destinata a restare irrisolta fino a quando si continuerà a parlare di “flussi migratori” e non di popoli, di numeri e non di persone in carne e ossa, quali i migranti sono. Occorre cambiare non solo le politiche dell'immigrazione ma anche il nostro approccio culturale con chi proviene da un altro Paese. Con l'obiettivo di accogliere e integrare quanti sono disposti a vivere con noi, senza essere obbligati a cambiare ma senza neppure avere la pretesa di cambiarci: emblematica la vicenda della scuola di Rozzano dove il dirigente scolastico nei giorni scorsi ha praticamente “vietato” il Natale. Serve un processo di osmosi socio-culturale, perché la diversità non sia motivo di conflitto ma condizione di pacifico arricchimento della società, oggi globalizzata e dunque irreversibilmente destinata a essere aperta, pluralista e multietnica.                                                 
                                
                                 
                   Note

1 e 2 – Alain  Tourain : “Quando lo straniero diventa una minaccia” ( Intervista Corriere della Sera);    3  - Zygmunt Bauman:  “Danni collaterali”; 4 - David Altheide: “Come di media costruiscono la paura”- appendice  de “Il demone della Paura” di Zygmunt Bauman.; 5- August Deaton – “La grande fuga”; 6 - Francesca Fauri “ Storia economica delle immigrazioni italiane”; 7, 8, 9, 10 - A. Colombo – G. Sciortino – “Gli immigrati in Italia”; 11-  Marcell Mauss: “Saggio sul dono. Forma e motivo dello scambio nelle società arcaiche”, nell’interpretazione di Umberto Zannino nell’edizione del 2002 (Einaudi Editore); 12  - Paul Collier: “Exodus”.

 
Ass. Naz. Sociologi Dip. Lombardia
Torna ai contenuti | Torna al menu